| Il Laboratorio Creativo di Progetto Miriam |
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Beatrice collabora con Progetto Miriam dal gennaio del 2000. Da più di dieci anni mette a disposizione le proprie doti artistiche all’interno di un laboratorio creativo, pensato per le donne accolte in comunità. La sua non è solo una passione per l’arte, ma anche per le persone speciali con cui condivide quotidianamente la vita.
Ci racconti qualche esperienza significativa? Ricordo tanti piccoli flash di vita, che mi riportano alla mente i volti di alcune ragazze e le loro storie. N. il primo giorno barcollava, diceva che il viaggio per venire in Italia era stato faticoso. Era timida, ma desiderosa di dare il suo contributo. Abbiamo scoperto che aveva una tubercolosi ossea molto avanzata e dopo una serie di accertamenti ha potuto affrontare un’operazione risolutiva, che l’ha salvata. C. non riusciva a mantenere l’attenzione per molto tempo, a fare anche piccoli lavori, che richiedevano una certa costanza. Prendeva in giro le altre, trovava tutte le scuse per non venire, mi chiamava ‘ago e filo’. Quando ha terminato la permanenza a Progetto Miriam ha voluto riprendere gli studi e si è iscritta ad una scuola professionale di moda Z. era proprio testarda, non voleva assolutamente venire in laboratorio; niente le piaceva e preferiva starsene in camera. E’ stata dura, ma alla fine abbiamo trovato ciò che riusciva ad interessarla: lavorare con le perline. Abbiamo confezionato braccialetti, collane, orecchini e so che ancora continua a farli per sé o per gli amici.
Qual è la cosa più difficile del tuo lavoro? La cosa più pesante da accettare è quella di fare con loro solo un piccolo tratto di strada, di non poter risolvere tanti loro problemi o un intera vita iniziata su un binario difficile. L’impotenza di fronte al loro dolore è forse la cosa più difficile da affrontare. Ti ricordi un momento di soddisfazione? Mi viene in mente quando V. è tornata dal suo primo impiego ringraziandomi, perché con l’esperienza che si era fatta in laboratorio, usando spesso la pistola della colla calda, era riuscita ad affrontare bene la prima settimana di prova in fabbrica. Quali sogni hai per il futuro del laboratorio Creativo? Il sogno è che il laboratorio possa un giorno allargare le pareti e articolarsi in corsi veri e propri corsi di lingua italiana, ricerca lavorativa, formazione al lavoro, di accompagnamento e sostegno psicologico. Un futuro che desideriamo e speriamo di poter continuare a costruire insieme!
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Beatrice, quali sono gli obiettivi del Laboratorio Creativo? Il laboratorio permette a queste donne immigrate di acquisire capacità, che possono facilitare un successivo inserimento lavorativo, quali: qualità, precisione e costanza nel portare a termine un compito, rispetto, attenzione, dimestichezza con la lingua italiana, uso della macchina da cucire e del computer. Sviluppa, inoltre, le capacità relazionali e facilita la riconciliazione con la propria storia, tramite l’uso della creatività e delle proprie abilità. Lavorare assieme aiuta ad attutire gli attriti, che nascono nella vita di comunità e diventa anche un buon osservatorio per rilevare sofferenze fisiche o psicologiche, che incidono in una relazione di aiuto efficace.
Cosa impari da queste donne? A rimanere con i piedi per terra! Si portano dentro grandi sofferenze e devono impostare il proprio futuro con poche risorse: questo mi fa guardare alla vita sfrondandola da tante cose, che la società fa sentire come necessarie, anche a chi cerca di impostare la propria esistenza secondo il Vangelo. Rimango ammirata dalla capacità dell’essere umano di trovare risorse dentro di sé per continuare a vivere e sperare, anche quando la vita sembra aver tolto tutto. Queste donne mi danno una grande lezione di u-miltà e di verità: una verità fatta di fragilità e di forza, spesso illuminata da una incredibile fede in Dio e nel futuro, nonostante tutto.