Un nuovo racconto

Lo scorso anno ho iniziato a frequentare Progetto Miriam, entrando in contatto con una realtà complessa e variegata. Nel corso di questa nuova esperienza, ho avuto modo di incontrare le donne accolte: alcune trascorrono un breve periodo nella casa, altre vengono inserite in un programma individualizzato di assistenza, protezione e integrazione sociale.
Diverse sono le esperienze, le storie, la personalità e le scelte, che caratterizzano ognuna di loro, ma la richiesta di accoglienza e di protezione è la medesima.
Da subito è emersa la mia difficoltà nel rapportarmi con le giovani donne: come sarei riuscita a rispondere concretamente a quel bisogno di accoglienza, che risuonava così fortemente nella loro domanda?
Cosa avrei potuto fare per loro?
Con questi pensieri, che mi ronzavano per la testa, ho vissuto i primi momenti all’interno della comunità da osservatrice, che veniva a sua volta osservata dalle ragazze.
Ho saputo in seguito che si stavano chiedendo come potermi coinvolgere nelle loro attività, perché mi sentissi accolta in quella che era diventata la loro casa.
Ho avvertito un tenero imbarazzo, ma anche un grande sollievo nell’accorgermi di come, tra le grandi differenze e le difficoltà linguistiche presenti tra di noi, ci fossero i presupposti per un nuovo racconto. Mi sono resa conto, infatti, che nella differenza e nel non sapere si delinea un racconto inedito, che si inserisce nella storia di ciascuno, mentre  nell’uguaglianza e nel conosciuto nulla di originale può emergere. Come il cinema e la fotografia ci insegnano è proprio quando si tenta di mettere “troppo” a fuoco una situazione, una scena, una persona, nel tentativo di saperne sempre di più, che quella scena risulta sgranata e sfuocata, non potendo così più coglierne i dettagli e le sfumature.
Avvertito questo sollievo e abbandonate le mie preoccupazioni, un giorno ho partecipato alla preparazione di un’insolita pietanza nigeriana dal gusto dolce-salato (che probabilmente non avrei avuto modo di assaggiare in un’altra situazione); le ragazze hanno talmente insistito che portassi a casa alcune di queste tortine, per farle assaggiare a mio marito, che per i due giorni successivi pranzo e cena erano già pronti in frigo. Da quel giorno ho trascorso le ore a Progetto Miriam partecipando ad alcune attività del laboratorio creativo, guardando film in lingua nigeriana (accompagnata dalla traduzione in italiano da parte delle ragazze), creando momenti ricreativo-educativi per le bambine, che erano presenti in comunità e… chiacchierando con le ragazze. Davanti ad una tazza di the ho raccontato un po’ di me, ma soprattutto ho ascoltato le loro incredibili storie. Ricordo con particolare affetto le frequenti chiacchierate con ogni donna che è arrivata in comunità e con quelle che, dopo aver concluso il loro percorso all’interno di Progetto Miriam, ora hanno intrapreso un nuovo progetto di vita al di fuori della casa.
Non ho ancora risposto alla domanda che mi ero posta all’inizio, ma in fondo credo sia poco importante. Quello che posso raccontare è ciò che ho incontrato: le Francescane dei Poveri, che mi hanno sempre accolto con affetto, e tanti volontari, che mi hanno offerto la loro amicizia, ma soprattutto ho incontrato le donne di Progetto Miriam.
Le loro storie, i loro racconti, il desiderio di mettersi in gioco e la tenacia, che hanno dimostrato resteranno vivi nel ricordo di questa mia esperienza.